Si può dire che lo stato torna a prendersi i telefoni. Nel fine settimana, è emerso che Poste Italiane ha avanzato un’offerta di 684 milioni di euro a Vivendi per rilevare un altro 15% di TIM. La proposta è stata accettata, per cui l’azionista francese scende al 2,51% dal 23,75% detenuto per oltre un decennio fino a qualche settimana fa. Viceversa, l’operatore postale sale dal 9,81% al 23,81% e ha fatto sapere che non andrà oltre tale quota per non dovere lanciare un’Offerta Pubblica di Acquisto. Il suo ingresso era avvenuto il 15 febbraio scorso, quando aveva rilevato l’intera quota fino ad allora detenuta da Cassa depositi e prestiti, cedendo a sua volta a questa la sua partecipazione in Nexi e pagando una somma aggiuntiva di 170 milioni.
Poste in TIM già sopra prezzo di carico
La prima acquisizione tramite scambio e cash era avvenuta un mese e mezzo fa a 0,27 euro per azione, mentre quella in corso è stata fissata a 0,2975 euro. Consideriamo che le azioni TIM saranno pagate da Poste Italiane meno del loro attuale prezzo di mercato, che è di 0,31 euro e in rialzo del 25% da inizio anno e del 42% negli ultimi 12 mesi. I francesi avevano acquisito il titolo ad un prezzo medio di 1,08 euro tra il 2014 e il 2015. Dopo varie svalutazioni a bilancio, lo avevano iscritto a un prezzo di carico di appena 0,21 euro. Ne consegue che hanno venduto in forte perdita rispetto all’esborso, ma in attivo con riferimento agli ultimi dati a bilancio.
Sciagurata privatizzazione di Prodi-D’Alema
Si conclude così una vicenda che risale ormai a quasi 30 anni fa.
Era l’ottobre del 1997 quando l’allora premier Romano Prodi varava la privatizzazione di Tim, cedendo sul mercato il 35,26% del capitale per 26.000 miliardi di lire, quasi 13,5 miliardi di euro e valorizzando l’intero capitale a circa 38 miliardi. Peccato che a distanza di 27 anni e mezzo, la compagnia in borsa oggi valga appena 6,70 miliardi, un sesto. Solamente tre anni più tardi, la discesa in campo dei “capitani coraggiosi” per rilevarne il controllo. Trattavasi di una cordata di imprenditori italiani, guidata dall’Olivetti di Roberto Colaninno. Il lancio dell’OPA fallì e l’acquisizione avvenne tramite scatole cinesi e scaricando i debiti dell’operazione sulla stessa compagnia telefonica, rivendita con profitto un paio di anni dopo.
A Palazzo Chigi non c’era più Prodi, bensì Massimo D’Alema, che benedisse questa sciagurata acquisizione. TIM sarebbe passata da fondo in fondo, facendo enormi passi indietro sul piano industriale e indebitandosi ogni anno di più. Nel tempo sarebbe diventata di proprietà spagnola con Telefonica e successivamente ancora francese con Vivendi. Dal 2018 iniziavano i tentativi dei governi di riappropriarsi di un asset strategico. Fu con l’allora ministro allo Sviluppo, Carlo Calenda, che CDP entrò nel capitale per contenere lo strapotere francese. E la vendita della rete al fondo americano Kkr è solo di pochi mesi fa con il governo Meloni. Lo scorporo era stato perseguito a lungo senza successo.
Rete non più di TIM, ma partecipata dallo stato
Ora che Poste si è presa TIM, possiamo affermare che lo stato è tornato ad essere controllore. L’istituto guidato da Matteo Del Fante è controllato, infatti, dallo stato italiano al 60% tramite CDP (35%) e Tesoro (29,26%). Tuttavia, non siamo tornati alla situazione pre-privatizzazione. La rete non è più di TIM, come abbiamo appena scritto. Allo stesso tempo, NetCo – così si chiama la società che la gestisce – è partecipata al 20% dallo stato. Possibile anche una sua fusione con Open Fiber, che a sua volta è al 60% in mano a CDP Equity, altra società pubblica.
Cosa cambia in concreto per gli italiani? I clienti di PosteMobile saranno con ogni probabilità appoggiati alla rete TIM. C’è già in tal senso una trattativa in corso. L’operazione è stata giustificata dalla possibilità di creare sinergie tra i due gruppi. Quali? Servizi di pagamento e telefonia, il futuro nell’era del progressivo abbandono del contante. Certo, il titolo TIM perde un po’ di appeal speculativo. Il passaggio dal vecchio al nuovo controllore è avvenuto senza il lancio di OPA e rastrellamenti di azioni sul mercato. D’altra parte, non si esclude l’ingresso nel capitale di Iliad e una successiva integrazione tra questi e PosteMobile.
Poste in TIM sana anomalia italiana
Ad ogni modo, l’era delle fallimentari privatizzazioni di Prodi si è chiusa con un bilancio disastroso. Lo stato italiano ha dovuto spendere indirettamente fior di quattrini e molte energie per anni, al solo fine di riprendersi ciò che possedeva fino al ’97. L’idea della vendita ai privati era giustissima, mentre fu sciagurata la modalità. Per spiccioli un gioiello dell’industria veniva svenduto a un nucleo di imprenditori senza arte e né parte, arricchitosi senza avere investito quasi nulla di tasca propria e priva di qualsivoglia progetto industriale. Furono gli anni in cui Palazzo Chigi si era trasformato in una “merchant bank”, creando commistioni discutibili tra potere politico e finanziario. Poste in TIM non rimette le cose a posto. Pone soltanto fine all’anomalia di una grande nazione europea senza più un operatore telefonico domestico.
giuseppe.timpone@investireoggi.it